Dentro il documentario

Che cosa serve davvero per proteggere un fiume e la vita che lo abita?

Lungo le sponde del Ticino le testimonianze di alcuni pescatori restituiscono l’immagine di un fiume diverso da quello di un tempo. Ricordi e osservazioni sui cambiamenti della fauna ittica e del rapporto con il fiume, si incontrano con il lavoro dei ricercatori che ne studiano la qualità delle acque e lo stato di salute delle comunità di pesci. Accanto a queste voci, c’è anche lo sguardo di chi esplora il fiume sott’acqua, cercando di raccontarne la bellezza, e quello di chi si impegna concretamente nella conservazione delle sue specie, coinvolgendo le persone che vivono il territorio.

Attraverso esperienze e punti di vista diversi, Il fiume di nessuno racconta le trasformazioni di un ambiente e il rapporto, spesso contraddittorio, che abbiamo costruito con esso. Come si protegge davvero un territorio? Forse non basta tutelare singole specie o tracciare confini attorno agli ambienti naturali: occorre ricostruire il legame tra le persone e i luoghi di cui fanno parte.

Il territorio come primo spazio di conservazione

Il Parco Lombardo della Valle del Ticino, istituito nel 1974, è stato il primo parco regionale italiano. La sua nascita ha rappresentato un modo particolare di intendere la tutela ambientale: non isolare alcune aree naturali dal contesto circostante, ma riconoscere il valore ecologico e paesaggistico di un intero territorio, fatto di ambienti fluviali, aree agricole, boschi, insediamenti umani e grandi infrastrutture, come l’aeroporto internazionale di Milano-Malpensa.

  • Veduta aerea del fiume con isole di ghiaia, boschi e montagne sullo sfondo

    La conservazione della natura non può prescindere dal territorio in cui si inserisce e dalle persone che lo abitano.

    Questa visione si fonda su un principio importante: proteggere un ecosistema significa anche occuparsi di ciò che accade al di fuori dei suoi confini, perché la qualità delle acque, la continuità degli ambienti naturali e la salute della biodiversità dipendono da equilibri dinamici che coinvolgono l’intero paesaggio. Ad oggi l’amministrazione del territorio che si sviluppa lungo il fiume, costituendo uno dei corridoi ecologici più importanti del nord Italia è gestita da due enti, il Parco del Ticino lombardo e il Parco del Ticino piemontese.

Biodiversità

Quanto può essere fuorviante confondere la conservazione con il tentativo di riportare artificialmente un ecosistema a una fotografia del passato?

Il fiume Ticino, pur custodendo ancora un importante patrimonio di biodiversità, ha subito profonde trasformazioni nel corso degli ultimi decenni. Tra gli anni Ottanta e Novanta si è assistito a un progressivo impoverimento delle popolazioni ittiche, con la diminuzione e, in alcuni casi, la scomparsa di diverse specie autoctone come la famosa trota marmorata, endemica dei corsi d’acqua pedemontani del nord Italia. I monitoraggi condotti nell’ambito del progetto Interreg ECO4Ticino confermano un quadro complesso: nel reticolo idrografico minore la biomassa ittica risulta ridotta e oltre la metà delle specie campionate è di origine alloctona. Alcuni piccoli corsi d’acqua vegetati continuano tuttavia a offrire rifugio alle specie native, mostrando anche timidi segnali di ripresa.

Di fronte a questo quadro emerge una questione che riguarda il futuro della conservazione: quanto è efficace continuare a investire nel recupero delle specie autoctone se le condizioni ambientali che ne hanno sostenuto la presenza stanno progressivamente cambiando? L’aumento delle temperature dell’acqua, i periodi di magra sempre più prolungati, la presenza di sbarramenti e gli episodi di inquinamento, anche localizzati, stanno modificando gli equilibri degli ambienti fluviali, rendendo sempre più difficile la sopravvivenza di alcune specie.

Forse la sfida non dovrebbe essere soltanto quella di ricostituire le comunità ittiche di un tempo, ma anche di recuperare condizioni ecologiche che permettano agli ambienti fluviali di mantenere la propria funzionalità e resilienza. Questo significa interrogarsi anche su come gestire le comunità ittiche attuali, nelle quali alcune specie alloctone si sono ormai ampiamente insediate e la cui eradicazione può risultare estremamente difficile ed economicamente dispendiosa. Senza rinunciare alla tutela delle specie autoctone, diventa quindi necessario ripensare gli obiettivi e gli strumenti della conservazione alla luce dei cambiamenti in atto.

alcuni macroinvertebrati bentonici del ticino; Foto di Simone Macchi.

Il progetto “Incubatoio naturale” dell’associazione “Pinta”

Un’esperienza interessante di conservazione, sviluppata in un contesto diverso, arriva dal Lago Maggiore, dove opera l’associazione Pinta Lago Maggiore. Il loro progetto è dedicato al pesce persico e al recupero di un’antica pratica dei pescatori locali: la costruzione e la posa delle fascine di legna, strutture sommerse che offrono substrati favorevoli alla deposizione delle uova del pesce persico e riparo dai predatori, su tutti gli uccelli ittiofagi. Si tratta di ricreare condizioni ecologiche che un tempo erano garantite naturalmente dall’accumulo di materiale legnoso trasportato dai corsi d’acqua, oggi sempre meno presente anche a causa dell’urbanizzazione delle sponde e della sua rimozione per esigenze legate alla navigazione.

  • La conservazione della natura non può prescindere dal territorio in cui si inserisce e dalle persone che lo abitano.

    Uno degli aspetti più interessanti del progetto è il coinvolgimento diretto della comunità locale. La costruzione delle fascine avviene infatti recuperando il legname proveniente dalle potature autunnali, attraverso un’attività collettiva che permette di trasformare una risorsa disponibile sul territorio in uno strumento concreto di conservazione. Allo stesso tempo, il progetto punta a creare una rete tra le persone che vivono il lago, offrendo a ciascuno la possibilità di contribuire con le proprie competenze, esperienze e conoscenze. Una rete che ha portato allo sviluppo e all’installazione della PersiCam una telecamera subacquea alimentata a energia solare, posizionata nei pressi delle fascine che trasmette in diretta 24/7 su YouTube le immagini della vita subacquea del lago Maggiore, mostrando a tutti il fascino di un mondo apparentemente nascosto e migliorando le conoscenze sulla fauna ittica lacustre.

    Recuperando una pratica tramandata dai vecchi pescatori e coinvolgendo attivamente chi vive il territorio, la Pinta è un esempio di come tradizione e conservazione possano incontrarsi, trasformando una conoscenza del passato in uno strumento per affrontare le esigenze ecologiche del presente.

    La conservazione della natura non passa solamente come attività di protezione degli ambienti e delle specie che li abitano, ma sopratutto attraverso il recupero del legame tra le persone e i luoghi in cui vivono. Perché conoscere un territorio e riconoscerlo come parte della propria identità è uno dei primi passi per imparare a prendersene cura.

Questo progetto è nato con l’intento di mettere in discussione i principali meccanismi che oggi regolano il mondo della conservazione della natura e, più in generale della gestione di ambiente e territorio.

Tutelare un fiume non significa soltanto proteggere le specie che lo abitano, significa tornare a conoscerlo, percorrerlo, osservarlo e prendersene cura. Perché un fiume che smettiamo di vivere rischia di diventare un luogo che non sentiamo più nostro.

Forse il più importante progetto di conservazione comincia da qui: tornare a vivere il fiume e riconoscerlo come parte della nostra identità.

Il Ticino non appartiene a nessuno, ed è proprio per questo che appartiene a tutti.

La ricerca scientifica, le conoscenze di chi vive quotidianamente questi ambienti e il coinvolgimento delle comunità possono diventare strumenti complementari per costruire progetti di conservazione più consapevoli e duraturi. Perché un territorio non si protegge soltanto stabilendo regole e tracciando confini: si protegge anche creando le condizioni perché chi lo abita voglia conoscerlo, viverlo e prendersene cura.

Crediti

Il Fiume di nessuno, 2025. 56′

Un progetto di

Edoardo De Pasquale, Phys’Is in collaborazione con “Pinta”

Testimonianze

Arch. Luciano Saino, Prof. Paolo Tremolada, Nazario Rossi, Stefano Costalunga, Sergio Mainini, Alessandro Buoso, Mattia Nocciola, dott. Simone Macchi, Matteo Felici, dott. Giovanni Fasoli.

Supporto

Elisa De Rose, Gabriele Verderio, Giulia Ballerini, Matteo Felici, Pablo Renato Albatrino, Valentina Falgari.

Dove guardarlo

Per il momento, Il fiume di nessuno è disponibile gratuitamente nella sua versione integrale durante le serate e gli eventi organizzati da Phys’Is. Crediamo che la divulgazione passi anche dall’incontro, dal confronto e dalla possibilità di tornare a parlare insieme di ambiente, non soltanto dietro uno schermo.

Nel frattempo, puoi guardare il trailer sul nostro canale YouTube, seguirci sui social per conoscere le prossime proiezioni.

Foto di Edoardo De Pasquale e Simone Macchi, tutti i diritti riservati.